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SPIRITO LIBERO E INDOMITO. IL FORUM DI CHI NON AMA CANTARE NEL CORO DEI PIU'.



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ATTENTATO ALLA LIBERTA' DI PENSIERO!!!
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Autore Messaggio
Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Gio Feb 15, 2007 11:36 pm    Oggetto:  
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44magnum ha scritto:
"Diverso" .

Io sono molto individualista , e considero ovviamente tutti gli altri diversi da me .
Presumo gli altri facciano lo stesso .
Allora siamo tutti diversi .
Essere diverso non è quindi un fattore discriminante .

Non dovrebbe essere un fattore discriminante, fermo restando cosa vuol dire discriminare, poichè tanti sono i tipi di discriminazione. Ad esempio, quando uno di noi non frequenta un certo locale perchè non piacciono gli abituali avventori, di fatto fà una discriminazione. Io non voglio avere niente a che fare con persone maleducate, anche questa è una discriminazione. La lista potrbbe continuare; voglio dire che l'essere diverso spesso porta invece a discriminare, e neanche ce ne accorgiamo.
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Adv



MessaggioInviato: Gio Feb 15, 2007 11:36 pm    Oggetto: Adv






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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Ven Feb 16, 2007 1:06 am    Oggetto:  
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Si è vero , solitamente tutti i popoli primitivi hanno più rispetto per la natura .
Come mai noi , culturalmente più evoluti , ne facciamo scempio ? mah forse perchè ce ne siamo allontanati ....
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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Ven Feb 16, 2007 1:09 am    Oggetto:  
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Citazione:

Essere diverso non è quindi un fattore discriminante .


Intendevo che la diversità , in se stessa , non significa nulla e quindi non serve per "giudicare" una persona .

Il fatto che uno scelga le proprie amicizie e solo un fatto di libertà personale . E ci mancherebbe altro !
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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Sab Feb 17, 2007 11:45 pm    Oggetto:  
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Citazione:

Intendevo che la diversità , in se stessa , non significa nulla e quindi non serve per "giudicare" una persona .

In linea di massima dovrebbe essere così, ma talvolta la diversità è tale che è difficile non prenderne le distanze ed esprimere qualche parere. Se poi questa diversità si traduce anche in danno e allora...
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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Sab Feb 17, 2007 11:48 pm    Oggetto:  
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44magnum ha scritto:
Si è vero , solitamente tutti i popoli primitivi hanno più rispetto per la natura .
Come mai noi , culturalmente più evoluti , ne facciamo scempio ? mah forse perchè ce ne siamo allontanati ....

Qui ci sarebbe da aprire una discussione che non finirebbe più.
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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Mer Feb 21, 2007 9:58 am    Oggetto:  
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Siamo usciti fuori tema, del che, tutto sommato, non sono molto sorpreso...

... comunque, tanto per rientrare nella discussione, leggetevi questo interessante articolo di Massimo Fini,



da cui estrapolo questa sua premessa che, invero stranamente, è la conclusione dell'articolo:

Premetto (perchè in questo clima di intolleranza montante bisogna fare anche di queste premesse - ed è già di per sè significativo) che mia madre, Zinaide Tobiasz, era un'ebrea russa che ha visto l'intera sua famiglia falciata dai nazisti e che quindi anch'io sono, sia pur indirettamente (come ormai quasi tutti), una vittima dello sterminio degli ebrei.
Chi nega questo sterminio certamente mi offende.
Ma la più generale libertà di opinione e di ricerca è più importante della mia offesa.
Quindi sfido la nuova legge liberticida e voglio vedere chi avrà il coraggio di applicarla: io nego l'olocausto.
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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Ven Mag 02, 2008 10:43 am    Oggetto:  
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Inserisco l'articolo completo, dato che sul Gazzettino non è più consultabile causa "età" dell'articolo, ma ritrovato, grazie agli dei, su questo blog:



Massimo Fini ha scritto:

Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, in occasione della Giornata della Memoria, porterà in Consiglio dei ministri un disegno di legge che punisce, anche con la reclusione, "chi nega, a parole o con uno scritto, l'esistenza dell'Olocausto". La norma si estende anche all'ambito universitario e riguarda quei docenti che illustrino le tesi degli storici e degli studiosi 'negazionisti' in modo asettico, senza condannarle in modo esplicito.
Sarà creata una nuovissima fattispecie di reato, quella di "negazionismo della Shoah ".

Credo che nemmeno negli Stati più totalitari esista, e sia mai esistito, un reato di questo tipo. Si sono perseguite, ovviamente, le ideologie e le idee avverse o non ortodosse, ma mai chi nega dei fatti storici o presunti tali.

Bisogna tornare, forse, alle epoche più buie della Santa Inquisizione per trovare persecuzioni contro chi non solo negava i dogmi della Chiesa ma anche i fatti su cui si fondavano.

E' una norma liberticida, con la quale uno Stato liberale, democratico e di diritto (ma non ci siamo solo noi, in Germania, in Austria, in Belgio, in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Slovacchia esistono già leggi simili) rinnega i suoi fondamenti, la sua cultura e la sua storia.

Dopo le drammatiche esperienze di Giordano Bruno e Galileo Galilei e con l'avvento dell'Illuminismo, il diritto alla libertà di opinione e alla libertà di ricerca è uno dei capisaldi del mondo occidentale, liberal-democratico.

Una democrazia, se vuole essere tale, deve accettare anche le opinioni che le sono più ostiche e che le paiono più aberranti. E' il prezzo che paga a se stessa. Altrimenti non è più una democrazia. L'unico discrimine, in democrazia, è che nessuna idea può essere fatta valere con la violenza.

E' lo stesso motivo per cui anche la legge Mancino, del 1993, che punisce l'odio razziale, etnico, religioso, è una norma liberticida.
L'odio è un sentimento e non si possono mettere le manette ai sentimenti. Io ho diritto di odiare chi mi pare. Ma se torco anche un solo capello a chi odio devo andare dritto e di filato in galera.

Afferma Mastella: "Negare l'Olocausto significa che quel che è stato documentato è falso. E quindi si tratterebbe di un'offesa alla memoria e alla Storia".

Ma se non si può più offendere la memoria e la Storia, non si può più parlare, se non nei termini del più stretto 'politically correct'.
La fattispecie, istituendo un precedente, potrebbe avere interessanti estensioni. Si potrebbe punire chi nega l'esistenza storica di Cristo (perchè offende i credenti), chi nega il rogo di Giordano Bruno (perchè offende i laici), chi nega i delitti del comunismo, chi quelli del colonialismo, chi afferma che la battaglia di Waterloo non c'è mai stata.

Le democrazie trionfanti sembrano impazzite. Non accettano più nulla che sia diverso da ciò che esse hanno stabilito come giusto, documentato e irrivedibile.

E per quel che riguarda specificamente l'Olocausto non si rendono conto di fare, con leggi di questo genere, degli storici e degli studiosi 'negazionisti' dei martiri e dei perseguitati mentre, con tutta probabilità, son solo dei cialtroni (che gli ebrei sterminati siano eventualmente quattro milioni invece di sei è irrilevante).
Ma essere cialtroni non è mai stato considerato un reato.

Premetto (perchè in questo clima di intolleranza montante bisogna fare anche di queste premesse - ed è già di per sè significativo) che mia madre, Zinaide Tobiasz, era un'ebrea russa che ha visto l'intera sua famiglia falciata dai nazisti e che quindi anch'io sono, sia pur indirettamente (come ormai quasi tutti), una vittima dello sterminio degli ebrei. Chi nega questo sterminio certamente mi offende. Ma la più generale libertà di opinione e di ricerca è più importante della mia offesa. Quindi sfido la nuova legge liberticida e voglio vedere chi avrà il coraggio di applicarla: io nego l'olocausto.

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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Mer Mag 28, 2008 9:36 am    Oggetto:  
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Riprendo il tema della libertà di espressione per inserire questo articolo di Remi Kanazi, curatore della antologia di poesie "Poets For Palestine" , di prossima pubblicazione.

L'articolo è apparso su Worldpress.org il 23 maggio ed è stato da me tradotto per la pubblicazione qui e su


Come potrete notare, tutto il mondo è paese quando si tratta di appecoronarsi.

Remi Kanazi ha scritto:


Quando libertà di espressione ha un prezzo.

La libertà di espressione non va esente da conseguenze. In USA, per esempio, criticare Israele equivale a eresia.
L'ex Presidente Carter ha risentito di un contraccolpo sociale l'anno scorso, dopo la pubblicazione del suo libro "Palestina: pace, non segregazione" in cui si condanna la politica israeliana di segregazione nei territori palestinesi occupati.
Conseguentemente, e senza alcun fondamento, Carter è stato etichettatto da gran parte della stampa americana come un fazioso propagandista anti-semita.

Similmente il professore di Harward Stephen Walt, ed il professore dell'Università di Chicago John Mearsheimer furono ferocemente criticati per un articolo in cui si discuteva il potere della lobby israeliana ed il suo effetto negativo sulla politica americana.

In aggiunta a ciò Norman Finkelstein, stimato professore della De Paul University e autore del best-seller "L'industria dell'Olocausto", fu oggetto di una campagna in puro stile maccartistico quando richiese l'assegnazione di una cattedra.
Finkelstein, figlio di sopravvissuti all'Olocausto, criticò senza peli sulla lingua gli abusi israeliani contro i diritti umani ed il professore filo-israeliano Alan Dershowitz.
Prevedibilmente fu lo stesso Dershowitz che condusse una strenua campagna contro la concessione della cattedra che, in ultima, istanza, gli fu negata, facendogli perdere l'incarico alla De Paul.

Gli attacchi contro Carter, Finkelstein, Walt e Mearsheimer sono solo alcuni ben noti esempi delle conseguenze che scrittori ed intellettuali si trovano a dover affrontare quando superano la linea e criticano Israele.
In più la censura cui vengono sottoposti gli scrittori e gli intellettuali di discendenza araba è invariabilmente più severa di quella affrontata da ebrei di coscienza, ex presidenti e famosi accademici.

Come diretta conseguenza di ciò molti scrittori si dimostrano acquiescenti alle richieste della corrente di pensiero dominante; la loro auto-censura si manifesta normalmente sotto forma di "mantenere bassi i toni", vuoi per compiacere gli editori o i critici, ma essenzialmente per conformarsi alla realtà di un supposto pragmatismo.

Pure, questo "pragmatismo" è un eufemismo che sottintende l'accettazione di uno status quo repressivo e che è analogo a quel pensiero pratico che tappò la bocca ad una moltitudine di commentatori durante gli anni di Oslo, l'epoca della pace presunta.
Non sorprendentemente, indicibili sofferenze dei Palestinesi ne furono la conseguenza risultante dall'aumentata espansione degli insediamenti, la confisca delle terre, i posti di controllo e le perquisizioni, esattamente il fallimento finale degli accordi di Camp David del 2000.

Stare alla larga da argomenti ritenuto controversi può aiutare a proteggere una carriera nel gruppo di pensiero dominante, ma lo scopo di un analista politico non dovrebbe essere quello di produrre romanzi.

La grande maggioranza degli americani non era incline alla critica della politica americana durante la corsa alla guerra in Iraq; pure, la critica, basandosi sui fatti, era un appropriato corso di azione, e oggi sarebbe stato molto meglio per gli americani.

Un uomo che ha combinato grandemente in sé principi, attivismo e umanità è stato il famoso educatore e commentatore Edward Said.
Nell'ambito accademico e dell'analisi medio-orientale Said è stato indubbiamente visto come il radicale allo stato puro.

Ciò nondimeno, le sue posizioni erano radicali quando affiancate ad una "saggezza convenzionale": era un fautore della soluzione di un unico stato, un critico risoluto del governo israeliano e un ardente sostenitore dell'evidentemente controverso diritto al ritorno.
Said fu sempre pesantemente criticato durante tutta la sua carriera e dovette subire incessanti attacchi dai suoi detrattori ma la sua personalità aperta ed il suo messaggio articolato lo mantennero sempre in primo piano.

Purtroppo la relativa accettazione di Said è stata l'eccezione piuttosto che la regola. In anni più recenti c'è stata sempre maggior enfasi su un dialogo sostitutivo pragmatico.
Comunque questa accentuazione del pensiero cosiddetto razionale ed equilibrato si è dimostrato qualcosa di più che un sinistro mezzo per far pressione sugli oppressi per far loro accettare il punto di vista dell'oppressore.

I più grandi leaders degli ultimi 100 anni non rifuggivano dalle controversie; rimanevano persistenti, e vedevano le proprie visioni messe a frutto sia che si trattasse di Martin Luther King o di Nelson Mandela o del Mahatma Ghandi.
Nondimeno non si può tralasciare il fatto che anche queste grandi figure siano state punite per aver superato certi limiti, specialmente Martin Luther King che fu richiamato all'ordine per aver parlato contro la guerra del Viet Nam, l'imperialismo e le ingiustizie sociali che affliggevano gli USA.

Questa settimana i Palestinesi negli USA hanno commemorato 60 anni di allontanamento dalla propria terra.
Pure, la lente attraverso cui ci si aspetta che i Palestinesi guardino, in una visione pragmatista, è quella che vede un popolo privato della propria terra come la vittima necessaria perché uno stato che si ritiene moralmente giustificato possa prendere forma.
Purtroppo schiere di scrittori e commentatori continuano a sposare questa linea di pensiero, per conservarsi lo stipendio, le loro belle case e la vita comoda, o una combinazione di entrambi.

La libertà di espressione non va esente da obblighi ma, nondimeno, perdere la pace mentale è l'unica ripercussione che uno scrittore dovrebbe temere.

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