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I LIMITI ESTERNI DELL'IMPERO.
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Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Lun Nov 05, 2007 10:29 pm    Oggetto:  I LIMITI ESTERNI DELL'IMPERO.
Descrizione:
Rispondi citando

Interessante articolo-intervista qui:



da cui estrapolo la parte finale.

Citazione:


La fine della guerra.

D.
Volevo passare alla questione della guerra. Hai scritto che la fine della guerra non deve essere vista come un progetto utopistico.
Credi davvero che la guerra possa cessare o essa è scritta invece nei nostri geni?

R.
Benché molte cose non mi siano chiare, una lo è certamente: non sta scritta nei nostri geni.
Sempre, quando leggo resoconti, anche di persone che sono state in guerra, che lasciano pensare che esista qualcosa nella psiche maschile che richiede questo genere di violenza e militarismo, non riesco a crederci.

Lo dico sulla base dell'esperienza storica; cioè, se si comparano i casi in cui le persone, soprattutto uomini, hanno compiuto atti violenti e fatto la guerra a quelli in cui le persone non sono andate in guerra, l'hanno rifiutata, sembra che esse per loro natura non vogliano la guerra.

Possono volere un sacco di cose associate con la guerra - il cameratismo, il brivido comunicato da un'arma... Penso che sia ciò a confondere le persone. Il brivido, il cameratismo, tutto ciò può essere ottenuto in tanti modi; viene attraverso la guerra, però, solo quando le persone vi sono costrette con la manipolazione. Per me l'argomentazione più forte contro l'ipotesi di un istinto intrinseco alla guerra è lo sforzo che i governi devono compiere per far sì che le persone vadano in guerra, la quantità immensa di propaganda ed inganno di cui abbiamo avuto un esempio proprio recentemente. E senza dimenticare la costrizione. Perciò scarto l'idea di una inclinazione naturale alla guerra.


D.
Tu stesso hai fatto la guerra...

R.
Avevo venti anni, ero su un B-17 dell'ottava flotta dell'Air Force, che prese parte ad alcune delle ultime missioni che partirono dall'Inghilterra. Vi andai poiché ero un giovane antifascista radicale che credeva in quella guerra e nell'idea di una guerra giusta contro il fascismo.

Alla fine della guerra cominciai a dubitare che la distruzione cui demmo luogo fosse giustificata: il bombardamento delle città, Hiroshima, Nagasaki, i bombardamenti cui presi parte io stesso. Allora cominciavo a nutrire sospetti nei confronti delle motivazioni dei leader delle forze alleate. Si preoccupavano davvero del fascismo? Degli ebrei? Era una guerra per il predominio imperiale?

Nell'Air Force, conobbi un giovane trozkista che faceva parte di un altro equipaggio e mi disse: "lo sai, questa è una guerra imperialista". Rimasi scioccato. Dissi: "Be', anche tu stai andando in missione! Perché lo fai?". Rispose: "Sono qui per parlare con le persone come te". [Ride] Voglio dire, non mi convertì, ma mi diede una bella scossa.

Dopo la guerra, col passare degli anni, non potei fare a meno di considerare le promesse che erano state fatte sui risultati della guerra. È risaputo, il generale Marshall mi inviò - assieme al altri 16 milioni di persone - una lettere per congratularsi della vittoria e per dirci che il mondo sarebbe stato un posto diverso, ora.

Cinquanta milioni di persone erano morte ma il mondo non era cambiato granché.

Voglio dire, Hitler e Mussolini non c'era più, come non c'era più la macchina militare giapponese, ma il fascismo ed il militarismo ed il razzismo infestavano ancora il mondo e le guerre continuavano.

Così giunsi alla conclusione che la guerra, qualunque sollievo immediato potesse darti - oh, sì, avevamo sconfitto questo fenomeno, il fascismo; ci eravamo sbarazzati di Hitler (come abbiamo fatto con Saddam Hussein) - qualunque impeto di entusiasmo potesse comunicarti, ha lo stesso effetto di una droga: prima uno stato di eccitazione e poi la ricaduta in qualcosa di orribile.

Perciò cominciai a pensare che ogni guerra, anche quelle contro il male, semplicemente non arrivano a molto. Sul lungo periodo non risolvono il problema. Nell'immediato fanno morire un numero enorme di persone.

Arrivai anche alla conclusione che, date le tecnologie della guerra moderna, la guerra è inevitabilmente una guerra contro i bambini, contro i civili. Quando si considera il rapporto tra morti civili e morti militari, passa da 50/50 nella seconda guerra mondiale a 80/20 in Vietnam e forse addirittura 90/10 oggi.

Conosci Gino Strada, un chirurgo di guerra italiano? Ha scritto "Pappagalli verdi: cronache di un chirurgo di guerra". Ha fatto il chirurgo in Afganistan, in Iraq e in altri posti. Il 90% delle persone che ha operato erano civili. Se ci pensi, capisci che la guerra è oggi sempre contro i civili, e perciò contro i bambini.

Nessun obiettivo politico può giustificarlo, e quindi la grande sfida dell'umanità ai giorni nostri è risolvere il problema della tirannia e dell'aggressione, ma senza ricorrere alla guerra. [Ride sommessamente]

Un compito molto complesso e difficile, ma che deve essere affrontato - e questo spiega il mio coinvolgimento nei movimenti contro la guerra sin dalla fine della seconda guerra mondiale.


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Adv



MessaggioInviato: Lun Nov 05, 2007 10:29 pm    Oggetto: Adv






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