Indice del forum

SPIRITO LIBERO E INDOMITO. IL FORUM DI CHI NON AMA CANTARE NEL CORO DEI PIU'.



PortalPortale  blogBlog  AlbumAlbum  Gruppi utentiGruppi utenti  Lista degli utentiLista degli utenti  GBGuestbook  Pannello UtentePannello Utente  RegistratiRegistrati 
 FlashChatFlashChat  FAQFAQ  CercaCerca  Messaggi PrivatiMessaggi Privati  StatisticheStatistiche  LinksLinks  LoginLogin 
 CalendarioCalendario  DownloadsDownloads  Commenti karmaCommenti karma  TopListTopList  Topics recentiTopics recenti  Vota ForumVota Forum

Bosco del Lupo
Utenti che stanno guardando questo topic:0 Registrati,0 Nascosti e 0 Ospiti
Utenti registrati: Nessuno


 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> LIBRI
PrecedenteInvia Email a un amico.Utenti che hanno visualizzato questo argomentoSalva questo topic come file txtVersione stampabileMessaggi PrivatiSuccessivo
Autore Messaggio
Anonymous

Ospite















MessaggioInviato: Lun Set 10, 2007 2:30 pm    Oggetto:  Bosco del Lupo
Descrizione:
Rispondi citando

Per conoscere gli "altri"... riporto intervista a Massimo Storchi autore di "Bosco di Lupo"...

I delitti dopo il 25 aprile?
Un’eccezione. La violenza era parte fondante della cultura fascista, non di quella antifascista. La Resistenza è sempre rimasta nel terreno del confronto politico. Non sempre a Reggio si discute”.

di Normanna Albertini

Ha dato alle stampe, di recente, Sangue al Bosco del Lupo. Partigiani che uccidono partigiani. La storia di Azor (Aliberti Editore 2005), ma ha al suo attivo altre notevoli fatiche di ricerca storica, come Uscire dalla guerra. Ordine pubblico e forze politiche, Modena 1945- 1946 (Franco Angeli, 1995); Combattere si può vincere bisogna. La scelta della violenza fra Resistenza e dopoguerra, Reggio Emilia 1943-1946 (Marsilioarsilio Editore, 1998); Messaggi dall’Emilia, le missioni n.1 Special Force e l’attività d’intelligence in Emilia, 1944-1945 (Edizioni dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma, 2003, con Marco Minardi). Ha pubblicato, inoltre, su varie riviste e volumi, studi sul regime fascista, la cooperazione, le lotte politiche e sociali e il dopoguerra in Emilia Romagna. Massimo Storchi, laureato in Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna e in possesso del diploma di Scuola biennale di Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Modena, è nato nel 1955 a Reggio Emilia, da famiglia materna montanara (gli Albertini di Maro). Nel borgo di Migliara ha la casa dei nonni, dove passa l’estate e i fine settimana. Si considera un “mezzo” montanaro. Ha accettato di buon grado di rispondere alle nostre domande.



Da dove nasce la sua passione per la ricerca storica? “Dalla curiosità, dall’abitudine a farmi domande, dal fascino dei luoghi passati. Dai racconti ascoltati in famiglia”.

Perché il tema della violenza “agìta” nelle memorie partigiane rimane ancora parzialmente inespresso? “Per vari motivi. Il principale è che la Resistenza nel dopoguerra (anni Cinquanta, governi di centro-destra, ministro Scelba) ha dovuto subire un vero ‘processo’ giudiziario prima ancora che politico. Molti partigiani furono arrestati per le azioni militari compiute nei venti mesi. Il tutto mentre, grazie all’amnistia Togliatti e all’azione della Corte di Cassazione, tutti i fascisti responsabili di crimini erano scarcerati. Quasi nessun partigiano fu poi condannato, ma la detenzione preventiva fu già una pena. Nel clima di guerra fredda si usava la Resistenza (e la violenza agìta) per colpire l’avversario. Nei racconti resistenziali la violenza fu così espunta, rimossa; il tutto poi si completa quando la Resistenza, dopo il ‘68, viene istituzionalizzata e si avvia la sua monumentalizzazione. Si crea il mito di una Resistenza pacificata, unitaria, e per ottenere questo risultato politico si eliminano tutti gli aspetti conflittuali”.

E la violenza esercitata al di fuori degli obiettivi della lotta, perché rimane tabù? Le è capitato di incontrarne la memoria? “La violenza era parte fondante della cultura fascista, non di quella antifascista che dovette, suo malgrado, affrontare il problema di farne uso. Non appartiene quindi ai partigiani il sentimento di una ‘fierezza guerriera’ (non c’è, ad esempio, l’attaccamento all’arma o il ricordo preciso di nozioni tecniche). Nella memoria dei protagonisti la violenza è stata usata in modi e misure precise perché era necessaria. Finita la lotta, finita la violenza. Questa la regola. Comprensibile quindi la rimozione sull’uso della violenza al di fuori degli obiettivi della lotta, come può essere stata per punire partigiani colpevoli di mancanze, o altrettanto riguardo la violenza sommaria del postliberazione, che, va sempre ricordato, costituì una eccezione (seppur drammatica) alla regola”.

La destra, tra le cui fila c’è il ministro Tremaglia, il quale fece parte delle forze al servizio dell’esercito occupante, è oggi al governo. E’ servito ammazzare tanti fascisti nel dopoguerra? “Non credo sia corretta l’espressione ‘ammazzare tanti fascisti’. La giustizia (sommaria e/o ufficiale) postbellica è un fenomeno europeo che si verificò in tutti i Paesi occupati dove avevano operato regimi collaborazionisti. Negli altri Paesi le dimensioni della giustizia postbellica furono analoghe, se non superiori (ad esempio in Francia) a quelle italiane. Non dimentichiamo poi che in Spagna il generale Franco, dopo la fine della guerra civile, uccise decine di migliaia di avversari politici prigionieri. Tremaglia è un fascista ministro del governo e di questo mi dolgo profondamente; in Germania sarebbe possibile un nazista come ministro? O in Francia un collaborazionista? Impensabile. Ma l’Italia non è ancora un Paese ‘normale’ e questo ne è segno. Ma è anche uno dei ‘costi’ della democrazia: consentire libere elezioni in cui risultino eletti anche personaggi che con la democrazia hanno nulla a che spartire. Per questo si può dire che i partigiani hanno vinto anche per quelli come Tremaglia”.

I repubblichini di Salò possono essere riconosciuti come legittimi belligeranti? Possibile che la memoria antipartigiana sia fatta solo di violenza subìta? “Sarebbe almeno bizzarro e unico nella storia che uno Stato riconoscesse, legittimandolo, il proprio nemico. Legittimare chi ha massacrato e collaborato al massacro del proprio popolo. A Cervarolo, come a Monchio, a Villa Sesso come a Legoreccio. Riconoscere belligeranti i repubblichini di Salò significa, in qualche modo, riconoscere che queste stragi sono state legittime, compiute da regolari forze militari. Questo sia chiaro. Dietro la richiesta di riconoscimento c’è solo il desiderio di rivalsa della destra che rimane postfascista. Mi dispiace constatare come, dopo undici anni dalla cosiddetta ‘svolta di Fiuggi’, si sia ancora fermi alla semplice revanche, senza nessun passo avanti verso una rilettura critica del proprio passato. Ero fra quelli che hanno accolto positivamente quella svolta ma non posso nascondere la mia delusione. Purtroppo la ‘memoria antipartigiana’ è rimasta ferma alla violenza subìta, alla lamentazione, ai martirologi. In dieci anni la destra postfascista non è stata in grado di produrre una storiografia fondata scientificamente. E questo, lo dico come storico, è un problema culturale per il Paese. Il confronto fra diverse tesi storiografiche è un arricchimento”.

“Storiografia di sinistra” è una definizione anche di Pansa. Eppure al governo, per decenni, c’è stato un partito di centro, la Democrazia cristiana: che c’entra la sinistra? C’è stato davvero opportunismo partitico e faziosità ideologica? Storiografia di sinistra la interpreto come una definizione fattuale. Non è esistita (e non esiste ancora) una storiografia di destra. Il problema è che la Resistenza non è mai divenuta oggetto storiografico ma è sempre rimasta nel terreno del confronto politico. Si pensi alle polemiche del 1990 del cosiddetto ‘Chi sa parli’, un fenomeno massmediatico giocato come arma di confronto e scontro fra partiti, in cui gli storici non ebbero ruolo. Del resto, oggi si discute di terrorismo e Brigate Rosse ma ancora a livello politico, non storico. E’ un’abitudine dura a morire. Questo ruolo predominante del confronto politico sulla riflessione storiografica ha prodotto varie distorsioni: la prima è stata quella della frammentazione culturale (storici comunisti studiavano i comunisti, storici cattolici i cattolici, eccetera), la seconda è che le domande poste al nostro passato non erano quelle dello storico ma quelle del politico. Prospettiva rispettabile ma spesso non conciliabile con il rigore critico”.
L’aggettivo “intransigente”, col quale lei definisce il partigiano Azor, ha qualcosa a che fare con l’ “intransigentismo” di don Davide Albertario, al quale si rifece don Pasquino Borghi?
“Sono personalità e storie troppo diverse. Azor fa una sua scelta ideale di grande rigore morale ma lontana dal contesto in cui si trova ad operare. Una scelta che lo espone a grandi rischi, purtroppo. Don Albertario era pienamente inserito, pur con la sua irruenza comunicativa, nel pieno dello scontro politico e culturale del periodo post-unitario”.

Le hanno mai dato del fascista a sinistra e del comunista a destra? Insomma: fare onesta ricerca storica e raccontare in modo obiettivo può sembrare revisionismo? “E’ normale, in Italia, per lo storico essere ‘incasellato’, c’è questa tradizione di appartenenza che richiede ancora un prezzo. Quando con il mio “Combattere si può vincere bisogna” del 1998 fui attaccato da destra come da sinistra, capii che avevo fatto un buon lavoro. La cosa peggiore è il silenzio, o il ‘mugugno’ silenzioso. L’importante è discutere e non sempre Reggio brilla per questa voglia di discutere. Anche riguardo al libro su Azor spero che il dibattito si apra in maniera libera e ampia”.

La ricerca e il palesamento - come atto comunitario - e l’interpretazione adeguata, degli errori teorici e degli orrori reali di ieri non dovrebbe essere conditio sine qua non, passaggionecessario per la lotta che si vuole condurre oggi contro le ambiguità, gli equivoci, le complicità che indeboliscono e spesso vanificano l’impegno dei movimenti per la pace e i diritti? Perché ciò dà tanto fastidio anche a sinistra? “Perché si deve ancora affermare un’etica della responsabilità. Siamo di fronte a un contesto culturale ancora difficile dove si oscilla fra un passato senso di appartenenza e una mancanza di riferimenti ideali. Fra una cultura di sinistra che deve fare grandi passi avanti (penso al ridicolo attribuirsi di tanti del termine ‘riformista’, o a un pacifismo a senso unico) mentre la destra è lontana anni luce da quella cultura liberale di cui altrettanto facilmente si vanta di essere la rappresentante, rimanendo al contrario in un populismo culturalmente deprivato”.

Non pensa che la Resistenza sia stata, per tanto tempo, al di là di qualche precisa pagina, troppo a lungo trascurata nelle scuole e che, con la riforma della Moratti, rischierà di fatto di scomparire completamente? Con quali risultati? “Credo che la riforma Moratti farà scomparire molte cose, segno ulteriore della completa inadeguatezza culturale, prima ancora che politica, di questo governo. Credo però che non solo alla scuola vada delegato il compito di approfondire la vicenda storica nazionale. Penso ai numerosi progetti che come Istoreco elaboriamo in collaborazione con istituti scolastici, penso ai Viaggi della Memoria sui luoghi della Shoah. C’è bisogno di mettere in rete i diversi saperi che esistono, per fortuna, sul nostro territorio. E’ indispensabile mantenere vivo il nesso fra ricerca, divulgazione e didattica. Paradossalmente l’autonomia scolastica, che tanti danni sta facendo, può avere qualche risvolto positivo

Sono state fatte carriere politiche, secondo lei, solo perché c’era il timbrino “Resistenza”, più o meno autentico? “La Resistenza ha espresso la classe dirigente che ha ricostruito l’Italia democratica:“La Resistenza ha espresso la classe dirigente che ha ricostruito l’Italia democratica: partigiani sono diventati sindaci, cooperatori, sindacalisti, dirigenti, imprenditori. Non bastava un ‘timbrino’ per ricostruire le città, le fabbriche, le scuole. Gli uomini e le donne della Resistenza hanno portato nella società la loro etica che ha fatto progredire tutta la società locale. Le regioni dove più forte è stata la Resistenza, e quindi più numerosi i partigiani, sono quelle oggi più avanzate e progredite. Questo mi sembra un segnale univoco, confermato anche dalla difficoltà che abbiamo avuto di avvicendare quella classe dirigente; una difficoltà che tutti abbiamo sotto gli occhi. Il resto mi sembra misera recriminazione”.
Torna in cima
Adv



MessaggioInviato: Lun Set 10, 2007 2:30 pm    Oggetto: Adv






Torna in cima
Mostra prima i messaggi di:   
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> LIBRI Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ora
Pagina 1 di 1

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Puoi scaricare files da questo forum





SPIRITO LIBERO E INDOMITO. IL FORUM DI CHI NON AMA CANTARE NEL CORO DEI PIU'. topic RSS feed 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2008